Il ministro degli Esteri ha annunciato che bisogna intervenire contro la persecuzione dei cristiani in tutti i modi possibili, senza escludere l’opzione militare. Ma precisa: “non è l’unica risposta al terrorismo né la risposta decisiva”

Gentiloni

“Intervenire contro la persecuzione dei cristiani e a sostegno delle minoranze religiose si deve fare in tutti i modi e senza escludere l’opzione militare”. Lo ha riferito il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che al contempo mette sul tavolo anche altre possibilità: “Non escludere l’opzione militare fa sicuramente titolo ma non è l’unica risposta al terrorismo nè la risposta decisiva”. Gentiloni ha sottolineato che il Paese è già coinvolto da diversi mesi in un’operazione militare anti-Isis in Siria e in Iraq con l’autorizzazione del Parlamento, e che potrebbe fare la sua parte in Libia e in Nigeria: “Qualcuno potrà scandalizzarsi, ma questi gruppi vanno affrontati anche sul piano militare. D’altronde la lotta al terrorismo va condotta con interventi su più terreni”, ha aggiunto il titolare della Farnesina intervistato sulla minaccia posta da Isis, Shebaab, Boko Haram e altri gruppi jihadisti, affermando inoltre che non userà la parola combattere, “altrimenti mi ritrovo nei panni del crociato…”. “All’interno della comunità musulmana c’è un conflitto tra sciiti e sunniti che noi dobbiamo provare a moderare, ci sono le operazioni di contrasto al finanziamento dei gruppi, c’è la dimensione della cooperazione economica”, continua il ministro degli Esteri.

Gentiloni poi fa riferimento agli aiuti umanitari verso i rifugiati e alla collaborazione tra università e precisa: “quando si dice possiamo fare di più non vuol dire mettere mano alle pistole”. “In passato ci sono stati interventi militari che hanno avuto esiti tutt’altro che risolutivi, ma che anzi hanno aggravato la situazione”. “Non stiamo parlando di nuove guerre o invasioni come quelle avvenute in passato, ad esempio, in Iraq”, ha detto Gentiloni. Infine ha auspicato segnali immediati di sostegno alla comunità cristiana del Kenya dopo la strage al campus di Garissa, “anche raccogliendo la disponibilità di diverse università italiane”.