Al processo i tre condannati si sono dichiarati non colpevoli giustificandosi di non aver mai avuto nessuna intenzione di insultare la religione. Un membro buddista: “Il verdetto è giusto. Questa punizione sarà da monito per chi in futuro intende insultare il Buddismo”

Court sentenced New Zealander and two Myanmar citizens two and a half year for insulting Buddhism

Un ristoratore neozelandese e due suoi colleghi birmani sono stati condannati a due anni di reclusione con l’accusa di insulto alla religione, più sei mesi per aver disobbedito a un ordine di un funzionario. Per promuovere su internet il locale V Gastro a Rangoon hanno infatti ben pensato di postare delle immagini di un Buddha che ascolta la musica con le cuffie alle orecchie. I tre condannati, Phil Blackwood, Htut Ko Ko Lwin e Tun Thurein, erano stati arrestati a dicembre dopo che avevano utilizzato l’immagine per una pubblicità on line, e al processo si sono dichiarati non colpevoli giustificandosi di non aver mai avuto nessuna intenzione di insultare la religione. Le associazioni per i diritti umani hanno però richiesto il rilascio immediato dei condannati sostenendo che tale sentenza sia una violazione della libertà di espressione.

Per la sentenza alcuni monaci e buddisti si sono presentati davanti al tribunale ritenendo il verdetto giusto. “Questa punizione sarà un monito a chi ha intenzione di insultare il Buddismo o qualsiasi altra religione”, ha detto Paw Shwe, membro di un’organizzazione buddista.

“E’ ridicolo che questi tre uomini siano stati condannati solo per aver postato un’immagine sul web con l’intenzione di promuovere il loro bar. Dovrebbero essere immediatamente rilasciati”, ha invece detto Rupert Abbott, direttore per il l’Asia sud est e il Pacifico. Fa eco Matt Smith, direttore esecutivo del gruppo Fortify Rights che dice: “Le autorità stanno cercando di farne un caso esemplare ma hanno solo ottenuto l’effetto di minare l’immagine della Birmania all’estero”. Il vicedirettore in Asia di Human Rights Watch, Phil Robertson, ha invece parlato di scarsa sensibilità culturale da parte degli imputati, che però non deve essere punita col carcere: “L’episodio prova che la libertà di espressione è a rischio come non mai in Birmania”.