L’assassino del consigliere comunale Alberto Musy, secondo la Corte d’Assise, non ha agito da solo, ma per organizzare nei dettagli l’agguato è stata aiutato da un complice che aveva la precisa funzione di avvertirlo del ritorno a casa della vittima. L’avvocato che ha difeso Furchì: “Condannato a prescindere da prove”

Furchì

La Corte d’Assise di Torino ha motivato in un documento di ben 70 pagine la decisione di condannare all’ergastolo Francesco Furchì per l’uccisione di Alberto Musy, consigliere comunale dell’Udc, ferito in un agguato sotto casa il 21 marzo 2012 e morto 19 mesi dopo. “Un quadro indiziario che presenta i requisiti della gravità, con indizi che dimostrano con un margine rilevante di probabilità la colpevolezza di Francesco Furchì nell’omicidio di Alberto Musy”, si legge nella sentenza. Secondo i giudici è inoltre “assai verosimile” che Furchì non abbia agito da solo, ma che per organizzare in tutti i particolari l’agguato lo abbia aiutato un complice, che aveva la “precisa funzione di avvertire l’attentatore del ritorno a casa” della vittima.

I giudici nelle 70 pagine della sentenza hanno ripercorso gli indizi a carico di Furchì: la compatibilità cronologica con gli spostamenti dell’attentatore la mattina del delitto e quella fisica; l’alibi falso fornito dall’accusato quando è stato arrestato, lo spegnimento del suo cellulare nelle ore dell’agguato, il suo comportamento nei giorni successivi al delitto, le dichiarazioni dell’ex compagno di cella, e soprattutto il movente, ovvero il desiderio di vendicarsi contro chi l’aveva tradito senza mantenere le promesse fatte.

“Si può combattere contro qualunque nemico tranne che contro il pregiudizio”. Così commenta le motivazioni della Corte d’Assise di Torino l’avvocato Giancarlo Pittelli, uno dei legali che ha difeso Francesco Furchì, riguardo alla condanna del suo assistito. “Furchì doveva essere condannato e così è stato, a prescindere dalla prova della sua colpevolezza oltre ogni dubbio ragionevole”, ha aggiunto.