Il governo saudita ha condannato a morte una donna per aver stuprato e ucciso la figlia del marito. È stata decapitata senza pietà in un parcheggio davanti alla folla

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Una donna birmana che da anni viveva in Arabia Saudita è stata decapitata a La Mecca, davanti alla folla. È avvenuto lunedì scorso in un parcheggio pubblico, dove Layla bint Abdul Mutaleb Bassim, accusata di aver stuprato e ucciso la figliastra di 7 anni, è stata condannata alla decapitazione con una spada. L’esecuzione sarebbe anche stata filmata dalle autorità religiose, che prima l’hanno postato sul web per poter essere sotto gli occhi di tutti e poi rimosso. Il filmato mostrava la donna mentre veniva trascinata nel parcheggio pubblico e poi immobilizzata da alcuni uomini. Lottava e gridava la sua innocenza mentre era adagiata su un fianco. Poi il boia, in abito bianco, le fascia la testa con un velo nero per poi colpirla di netto con la spada.

Bassim era stata accusata di aver violentato con un manico di scopa la figlia di 7 anni di suo marito e poi l’avrebbe uccisa. La Corte d’Appello e la Corte Suprema hanno riconosciuto i suoi reati e l’hanno condannata alla pena di morte per il brutale omicidio. “Non ha mostrato nessuna pietà o compassione nel violentare e nell’uccidere la ragazza”, ha detto un’autorità del ministero dell’Interno saudita. Il governo saudita utilizza queste esecuzioni pubbliche per diffondere paura e timore tra la popolazione locale. Lo rivela un attivista per i diritti umani, Mohammed al-Saeedi: “Due metodi sono usati per decapitare la gente in Arabia Saudita. Uno è quello di iniettare nel corpo del prigioniero antidolorifici per intorpidire il dolore. E il secondo è quello di giustiziarli senza antidolorifici”. È il caso di Bassim, che è stata decapitata con una spada in modo che soffrisse di più. La donna si era sempre dichiarata innocente e ha gridato fino all’ultimo istante di vita di non essere un’omicida. Ma a nulla è servito. Il governo saudita non è certo conosciuto per la sua clemenza. Dall’agosto scorso le esecuzioni a morte sarebbero aumentate in maniera esponenziale. Solamente nelle prime due settimane di gennaio sono state condannate 7 persone, mentre in tutto il 2014 ben ottantasette cittadini sono stati giustiziati per crimini vari. Le diverse associazioni che si battono contro la pena di morte informano che in Arabia Saudita negli ultimi mesi sono stati condannati a morte diversi cittadini colpevoli di reati non letali, come ad esempio il commercio di hashish, adulterio, omosessualità, apostasia (ossia la rinuncia alla religione islamica) e stregoneria. Basti pensare all’attuale caso di Raif Badawi, il blogger condannato a 10 anni di carcere, una multa di 200 mila euro, e ben 1.000 frustate, semplicemente per aver espresso sul suo sito alcune opinioni ritenute offensive per la loro religione. Per lui si stanno mobilitando diverse associazioni oltre che l’Amnesty International. La seconda serie di frustate, stabilita per qualche giorno fa, è stata posticipata a causa delle sue condizioni di salute.